Ci sono viaggi che nascono dal desiderio irrefrenabile di avventura, dalla voglia implacabile di immergersi nell’ignoto, o più semplicemente da un’innata spinta alla curiosità. Altri invece prendono vita come pellegrinaggi dell’anima, spingendoci verso un traguardo ben preciso o alla ricerca di qualcosa che solo il cammino stesso potrà svelarci. Il nostro viaggio fino alla piccola Aracataca, nel cuore della Ciénaga colombiana, è stato invece un richiamo potente. Abbiamo sentito l’impellente necessità di raggiungerla per sentirci più vicini ad una persona che abbiamo immensamente stimato e che ha acceso la prima scintilla del nostro amore per la Colombia e per il Sud America in generale, molto prima che i nostri passi toccassero questa terra per la prima volta.
Perché Aracataca non è solo un piccolo centro della Colombia: è la città natale di Gabriel García Márquez, per tutti Gabo, nonché fonte d’ispirazione per la creazione della sua mitica Macondo. Questa città immaginaria fu lo scenario perfetto per lo sviluppo del realismo magico all’interno della sua opera più celebre, “Cent’anni di solitudine”, capolavoro immortale che gli valse il Premio Nobel nel 1982. Aracataca, va detto, non è una meta turistica convenzionale. Chi giunge fin qui lo fa per un unico, semplice motivo: sentire più forte la presenza dello scrittore, sfiorare la sua essenza, la sua genialità e tutto ciò che ha rappresentato per la letteratura mondiale e, per molti (compresi noi), a livello personale. Ed è esattamente per questa ragione che siamo arrivati fin qua, nella Macondo che abbiamo tanto adorato. Chissà, magari tra queste strade riuscirete a conoscere qualche superstite della famiglia Buendía…

Un particolare della nostra libreria di casa, per farvi capire cosa sia per noi Gabo
Breve storia di Aracataca
Macon…ehm…Aracataca, oggi un comune di poco più di 30.000 abitanti, venne fondata nel 1885 sulle rive del fiume Aracataca ed ai piedi maestosi della Sierra Nevada de Santa Marta, nel cuore della vasta palude della Ciénaga Grande (a 85 km nell’interno dal capoluogo). Non proprio una descrizione che fa venire voglia di venirla subito a visitare, tuttavia è leggendo il celebre incipit di “Cent’anni di solitudine” che tutto ciò si trasforma:
Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.
Proprio grazie a queste parole, il collegamento tra la Macondo ideale (quel villaggio di “venti case di argilla e canna brava”, sorto ai margini di un fiume dalle “acque diafane”) e l’Aracataca reale diventa immediatamente evidente. Gabo stesso attinse profondamente ai ricordi d’infanzia qui trascorsi, intessendo le atmosfere, i personaggi e le leggende di questa sua terra natale nelle trame del realismo magico che lo ha reso eterno. Ma Macondo, in realtà, non è altro che pura invenzione. Come affermava lo stesso Márquez:
Macondo te la porti dentro. Nell’anima, al di là delle pietre della Macondo reale, al di là della Macondo letteraria. Macondo è un mito che è asceso per sempre nell’alto dei cieli là dove può raggiungerla solo la memoria degli uccelli migratori.
Quindi non si arriva ad Aracataca per vivere Macondo, o per ritrovarla. Vi si giunge per una ricerca personale, per conoscere ancora meglio l’artista e il processo creativo che lo ha condotto a immaginare la sua Macondo. È giusto, quindi, che il referendum del 2006, che proponeva di cambiare il nome di Aracataca in Macondo, non abbia avuto successo. Le due entità non coincidono: Aracataca è il luogo di Gabo, Macondo è la sua creazione. Ed è proprio in questo contesto, tra la giungla lussureggiante e il caldo caraibico, che la fantasia dello scrittore ha trovato il terreno fertile per dare vita a un universo letterario senza tempo.

Nonostante i 50.000 pesos colombiani valgano ben più di 10 euro, non abbiamo proprio resistito alla tentazione di portarceli a casa come souvenir. Sono troppo belli!
Come raggiungere Aracataca
Raggiungere Aracataca, sebbene possa sembrare un po’ fuori mano rispetto alle rotte turistiche più battute della Colombia, è un viaggio sorprendentemente semplice. Trovandosi a distanze gestibili (per gli standard colombiani) da importanti città costiere come Santa Marta (la più vicina, a circa 85 km), Barranquilla (130 km) e Cartagena de Indias (250 km), Aracataca è ottimamente collegata con corse giornaliere in autobus, facendo di questo mezzo il trasporto più comune e affidabile per arrivarci. Per organizzare il viaggio vi basterà consultare il sito “redBus.co” per farvi un’idea su orari, tariffe e dettagli su terminal di partenza e arrivo, per poi dirigervi al “Terminal de Transportes” della città scelta e prendere il bus per Aracataca che vi scenderà in pieno centro. Facile, no?

Oppure prendete il tipico trasporto merci cittadino: il carro trainato dagli asini
Data l’assenza di un aeroporto ad Aracataca, l’arrivo via terra è l’unica opzione diretta. Tuttavia, se provenite da località più distanti e desiderate assolutamente visitare la città natale di Gabo, potrete volare verso uno degli aeroporti vicini e proseguire poi via bus o taxi. In questo caso i soli aeroporti da prendere in considerazione sono:
- L’Aeroporto Internazionale Simón Bolívar (SMR) a Santa Marta, il più vicino ad Aracataca, a circa 72 km di distanza. Offre frequenti voli nazionali da Bogotá e Medellín, oltre a collegamenti internazionali dall’Italia, spesso con scali europei come Madrid. Da qui, potete arrivare ad Aracataca in meno di 2 ore scegliendo tra un taxi o uno dei numerosi bus (come indicato poco fa).
- L’Aeroporto Internazionale Ernesto Cortissoz (BAQ) a Barranquilla si trova a circa 130 km da Aracataca. Offre un numero inferiore di collegamenti nazionali e internazionali e la città stessa, al di fuori del Carnevale, non ci ha particolarmente entusiasmato. Perciò è l’opzione che più vi sconsigliamo, anche se potrete raggiungere “facilmente” Aracataca con un bus in circa 3 ore.
- L’Aeroporto Internazionale Rafael Núñez (CTG) a Cartagena de Indias è sicuramente il più distante (circa 250 km) e meno comodo per raggiungere Aracataca. Tuttavia Cartagena è una delle mete turistiche più popolari della Colombia e per questo vanta spesso maggiori opzioni di voli internazionali diretti e un’ampia scelta di voli interni. Il suo vivace terminal dei bus assicura inoltre numerosi e frequenti collegamenti. L’unico inconveniente? Preparatevi a un viaggio di non meno di 5 ore per arrivare a destinazione.
Ora che abbiamo esplorato le varie opzioni per raggiungere Aracataca, è il momento di svelare quello che, a nostro avviso, è il modo più efficiente e gratificante (se non l’unico che valga veramente la pena intraprendere) per visitarla. La maggior parte dei viaggiatori, e noi inclusi, sceglie di partire con un bus da Santa Marta. Da questa vivacissima città colombiana la distanza è minima, gli autobus sono frequenti, economici e rappresentano il mezzo più affidabile per intraprendere questo affascinante pellegrinaggio letterario. Con un costo di circa 15.000 COP (circa 3,20€), potrete raggiungere la vostra destinazione in circa 2 ore ed entrare finalmente nel magico mondo di Márquez. Dove tutto ha avuto inizio.

Appena scesi alla stazione degli autobus, ci siamo trovati di fronte a questa scritta. La pelle d’oca è stata immediata.
Cosa vedere ad Aracataca
La “Casa Museo Gabriel García Márquez”, dove tutto ebbe inizio
La “Casa Museo Gabriel García Márquez” è, senza dubbio, LA tappa imprescindibile per chiunque visiti Aracataca. Non è un semplice edificio, ma il cuore pulsante del pellegrinaggio nell’universo di Gabo. Questa è la casa dove nacque il 6 marzo 1927, il luogo dove trascorse i suoi primi 8 anni di vita con i nonni materni, e che divenne la fonte inesauribile di ispirazione per la sua opera più celebre, “Cent’anni di solitudine”. È qui che la Macondo letteraria prende vita attraverso gli oggetti e le memorie della sua infanzia. Come potersela fare sfuggire?

Gabo, stiamo arrivando da te!
Lasciamo gli zaini all’ostello e, colmi di entusiasmo, ci precipitiamo verso la tanto sognata casa di Gabo. Arrivati davanti all’ingresso, però, scopriamo che è in orario di “siesta” e, perciò, chiusa (ricordate: è aperta dal martedì al sabato con orario 9:00-12:00 e 14:00-17:00, e la domenica 8:00-12:00 e 13:00-15:00). Cerchiamo allora un po’ d’ombra per rilassarci in attesa dell’apertura e, proprio di fronte al museo, troviamo un grande albero pronto a ripararci con le sue fronde lussureggianti. È proprio lì sotto che facciamo la conoscenza del gentilissimo proprietario del “Primitivo coffee-break”, una piccola bancarella che offre tutto il necessario per rendere l’attesa ancora più piacevole: ci gustiamo anche uno dei caffè espressi più buoni di tutta la Colombia. Inoltre, chiunque passi si ferma a scambiare due chiacchiere con noi, facendoci sentire parte di quella comunità che tanto desideravamo conoscere. I cataqueros (= abitanti di Aracataca) sono incredibilmente ospitali; di turisti non se ne vedono tantissimi, e quei pochi vengono per omaggiare il loro illustre concittadino, del quale qui tutti vanno giustamente fieri. Vi riserveranno un trattamento amichevole e vero, che vi farà sentire a due passi da casa.

A rendere la sosta ancora più speciale ci ha pensato questo barbagianni “sorridente”, apparso in pieno giorno sull’albero proprio sopra il “Primitivo Coffee-Break”. Diteci voi se questo non è realismo magico!

“Chiunque metta piede su terra cataquera, diventa cataquero”. Quando ci hanno dato questo cartello in mano, è stata dura trattenere l’emozione.
E poi, finalmente, la casa museo ci apre le sue porte. Scopriamo che l’ingresso è completamente gratuito (ma una donazione è gradita), che al suo interno ci sono 14 stanze visitabili e che, purtroppo, la struttura originale non esiste più nella sua forma autentica, consumata dal tempo e dall’abbandono. Entrando al suo interno, però, sembra ugualmente di entrare in un importante pezzo di storia, grazie ad una fedelissima ricostruzione (realizzata anche attraverso la minuziosa descrizione che Márquez ne fa nella sua opera “Vivere per Raccontarla”) e alla gran parte di mobilia e oggetti originali disseminati nelle stanze. Camminiamo dunque tra queste mura ricostruite, eppure così vive, mentre ci immaginiamo Gabo muovere i primi passi. Ripensiamo al suo immenso animo, alla sua fantasia e creatività, al percorso che da un posto così piccolo, con così poche opportunità, lo ha portato a diventare uno dei più grandi letterati del suo secolo e uno degli scrittori sudamericani più importanti di sempre a livello mondiale. Passeggiare per le sue stanze, e per i lussureggianti spazi all’aperto significa entrare in contatto diretto con le radici della genialità di Gabo, comprendendo come il quotidiano e il fantastico si siano intrecciati nella sua mente per dare vita a un universo letterario senza eguali. È un posto semplice, sì, ma capace di infondere un’emozione di rara intensità. Lo stesso Gabo ammise che non poteva immaginarsi un luogo migliore per la sua vocazione che quella casa di pazzi, piena di donne dal carattere forte e di così tanta gente da sembrare un paese intero più che una casa.
No pudo imaginarme un medio familiar mas proprio para mi vocación que aquella casa lunatica, en especial por el carácter de la numerosas mujeres que me criaron.
Mas que un hogar, la casa era un pueblo.

È tutto così meraviglioso!

All’interno della casa museo ci siamo ritrovati soltanto noi due. Un incontro davvero speciale con il nostro idolo.

Tra le 14 stanze del museo, attraverso i dettagliati pannelli esplicativi, scoprirete innumerevoli pezzi originali, tra cui la culla di Gabo…

…la sua foto di quanto era un bambino come tanti altri…

…il suo tovagliolo personale, con tanto di iniziali ricamate…

…e l’imponente tamarindo situato nel giardino interno della casa. Questo albero è stato un testimone silenzioso della sua infanzia, e per noi è stato bellissimo conoscerlo.
La “Casa del Telegrafista”, l’altro museo cittadino
La “Casa del Telegrafista” di Aracataca, con la sua pittoresca facciata bianca e le porte rosse, è un altro luogo di profondo significato per chiunque desideri immergersi nel legame tra Gabriel García Márquez e la sua città natale. Riconosciuta come Patrimonio Storico e Culturale della Colombia, il suo valore più grande risiede nella storia che custodisce. Gabo, pur avendo ben 16 tra fratelli e sorelle, non crebbe con loro nella casa dei genitori, ma piuttosto, come abbiamo visto, nella vicina dimora dei nonni (quella stessa Casa Museo che abbiamo appena visitato). Il resto della famiglia, invece, risiedeva e viveva in quella che tutt’ora è conosciuta come la “Casa del Telegrafista”, il luogo di lavoro e di residenza di Don Eligio García Martínez, il padre di Gabo, che qui viveva e svolgeva l’insolita professione di telegrafista.
Questo “distacco”, seppur di poche decine di metri, si rivelò una vera manna dal cielo per lo sviluppo del processo creativo di Márquez. La figura paterna e il suo mestiere, fatto di messaggi che viaggiavano attraverso i fili, ebbero senza dubbio un’influenza tangibile sul suo immaginario e sulla sua narrativa. Contemporaneamente i nonni, fonte inesauribile di racconti, e la loro casa, frequentata da un gran numero di persone, sia legate alla famiglia come gli aiutanti guajiros (dalla Penisola della Guajira), sia semplici viandanti di passaggio, rappresentavano un continuo stimolo per la mente del piccolo Gabo. Nella casa dei nonni, infatti, c’era persino una stanza adibita a ospedale, dove molti pazienti si recavano per essere curati, e il giovane scrittore ascoltava con vorace curiosità le storie ed i racconti di chiunque vi transitasse, assorbendo il materiale da cui avrebbe poi plasmato i suoi mondi magici.

Dalle citazioni delle sue opere esposte all’interno della “Casa Museo Gabriel García Márquez”, si percepisce chiaramente l’immenso affetto di Gabo per i suoi nonni
Purtroppo, durante la nostra visita ad Aracataca, l’edificio era temporaneamente chiuso e l’abbiamo potuta vedere soltanto da fuori. Ora, dopo anni di abbandono, la “Casa del Telegrafista” risulta aperta al pubblico (gratuita, senza però un orario fisso: il consiglio è di tentare la fortuna) nel cui interno potrete esplorare antichi mobili e strumenti di lavoro utilizzati all’epoca, una mostra dedicata alla vita e alla carriera di Gabo e, volendo, acquistare alcuni dei suoi libri. Un altro, stupendo, viaggio nello storia.

Questo è tutto quello che abbiamo potuto vedere del museo

Questo è l’interno della “Casa del Telegrafista”, con l’immancabile presenza di Gabo. – Immagine presa da Wikipedia
La stazione ferroviaria di Aracataca
Sebbene oggi la stazione ferroviaria di Aracataca sia un edificio storico che evoca un fascino d’altri tempi, con le sue mattonelle che cedono il passo all’erba, essa continua a essere una delle tappe fondamentali per chi cerca Macondo. Un luogo dove connettersi con l’immaginario dello scrittore, ma anche con una storia densa e spesso oscura, che ha plasmato non solo la letteratura, ma anche la realtà di questa terra. L’arrivo del treno ad Aracataca nel 1906 segnò infatti una svolta epocale, dando un incredibile impulso al commercio e strappando la città dall’isolamento geografico in cui versava. La nascente rete ferroviaria contribuì in modo determinante alla crescita esponenziale della cosiddetta “Zona Bananera“, una vasta area dedicata alla coltivazione delle banane. Questa regione finì ben presto sotto il controllo della compagnia statunitense “Chiquita”, allora conosciuta come “United Fruit Company”, che trasformò l’intera zona in una vera e propria “Repubblica delle Banane”. Dalla fine dell’Ottocento, la compagnia crebbe in modo esponenziale, accumulando immense ricchezze attraverso l’esproprio delle terre e lo sfruttamento di una manodopera sottopagata. In risposta alle condizioni di lavoro disumane, nel 1928 venne organizzato un grande sciopero, sedato però con una violenza inaudita che provocò la morte di centinaia di persone: un evento tragico che Gabo rievoca in modo indimenticabile in “Cent’anni di solitudine”.

La coltivazione delle banane mantiene la sua importanza economica per la regione, ma fortunatamente, l’era dello sfruttamento intensivo di terra e persone è un ricordo lontano.

Il solo passaggio del treno è bastato a farci intraprendere un viaggio meraviglioso a Macondo
Ma il treno non portò cambiamenti solo in ambito economico, bensì anche nella vita culturale e sociale degli abitanti di Aracataca: l’arrivo della ferrovia simboleggiò anche l’arrivo della modernità e del progresso, facilitò gli spostamenti ed aiutò la popolazione a crescere di dimensioni. Con l’arrivo di nuovi abitanti, provenienti da diversi luoghi e con un background culturale diverso, arrivarono nuove idee e la vita politica e sociale della città si arricchì enormemente. Per questo Márquez non poteva che dare molta importanza al racconto dell’arrivo del treno nella sua città natale: una novità che rappresentava l’arrivo del progresso, ma allo stesso tempo dell’incertezza che la modernità porta con sè. Persino in età avanzata lo scrittore mantenne un forte legame con questo mezzo: nel 2007, per celebrare il suo 80° compleanno e i 40 anni di “Cent’anni di solitudine”, Gabo fece un emozionante ritorno ad Aracataca a bordo di un treno (non di colore giallo, purtroppo): un viaggio simbolico che ripercorreva le orme della sua infanzia e del suo universo letterario. Un atteggiamento che soltanto le persone meravigliose hanno.
El inocente tren amarillo que tantas incertidumbres y evidencias, y tantos halagos y desventuras, y tantos cambios, calamidades y nostalgias había de llevar a Macondo.

Scendendo tra la folla esultante, Gabriel esclamò: «Vi rendete conto che non ho inventato nulla?». – Immagine presa dal sito della “Red cultural del Banco de la República”
Ma come si presenta oggi questa celebre stazione, immortalata nelle pagine di Gabo? Sfortunatamente, non nel migliore dei modi. Innanzitutto, non è più servita da treni passeggeri, ma utilizzata solo per il trasporto merci. Inoltre i suoi spazi interni sono chiusi al pubblico da così tanto tempo che non potrete fare altro che ammirarla dall’esterno, sedervi all’ombra delle sue panchine e scattare qualche foto ricordo, nemmeno particolarmente memorabile. Si era parlato, e si spera ancora, di un imminente progetto di ristrutturazione per destinarla a ospitare esposizioni delle fotografie e dei dipinti di Leo Matiz, un altro celebre artista nato ad Aracataca. Peccato però che tutt’ora non se ne sia fatto niente.

Una stazione dal tale aspetto, a noi, non avrebbe ispirato nulla, mentre a Gabo è bastata per dare vita a un mondo intero. Quello di Macondo.

Quello alla destra di Gabo è proprio Leo Matiz (1917-1998). Nato ad Aracata solo 10 anni prima dello scrittore, è stato un artista completo (fotografo, pittore e attore) e, nonostante la sua vita è stata un susseguirsi di viaggi e incontri, il legame con la sua Aracataca è rimasto sempre forte. Non sorprende, dunque, che Aracataca lo consideri a sua volta una vera e propria leggenda. Ed eccoli lì, Gabo e Leo, insieme, immortalati per sempre sui muri della loro amata città.
La street art del Parque Lineal Macondo
In molti potrebbero pensare che, una volta visitati i punti salienti, le cose da vedere ad Aracataca siano terminate, ma si sbagliano di grosso. Prendetevi un paio d’ore per passeggiare con calma tra le silenziose vie del centro abitato. Lasciate che i nomi delle strade vi sussurrino storie, rivelando a quali personaggi di carta e inchiostro sono dedicati. Soffermatevi ad ammirare le statue e le decine di murales, disseminate un po’ ovunque, che rendono omaggio a Gabo e alle sue eterne opere. Aracataca è una città dove si respira Gabriel García Márquez in ogni suo angolo e questo è il modo migliore per rendersene conto.
A questa piacevole passeggiata non può mancare una visita al Parque Lineal Macondo, un viale pedonale tematico che costeggia il fiume Aracataca, e con un nome che fa già capire molte cose. Questo “parco” è nato infatti per omaggiare l’opera e l’eredità di Gabriel García Márquez, è un percorso che attraversa la città, guidandovi tra i simboli e le atmosfere di “Cent’anni di solitudine” e degli altri capolavori del maestro. Lungo il suo tracciato, troverete sculture e installazioni artistiche che richiamano personaggi ed elementi iconici del romanzo, come le famose farfalle gialle, affiancate da murales che decorano le pareti degli edifici con scene di Macondo e ritratti di Gabo. Oltre a questo, potrete anche usare scivoli e scalette per fare il bagno in quel celebre fiume dalle “acque diafane”. Noi non ce la siamo sentita, ma molti ragazzi del posto lo trovano piuttosto spassoso. Abbiamo però adorato la street art che ricopre il viale, che alla fin fine non sono solo semplici decorazioni, ma una vera e propria finestra sul realismo magico.

Il Parque Lionel Macondo è recente e maltenuto, ma in poche centinaia di metri riesce a raccontare splendide storie attraverso i suoi disegni

Tra la spazzatura spuntano anche tutti i titoli e le trame dei racconti di Gabo

E voi, ve la sentite di fare il bagno nel fiume Aracataca?
Altre cose da vedere ad Aracataca
Se non siete stanchi e la vostra voglia di conoscenza sta ancora scalpitando, sappiate che ci sono altri luoghi da visitare, meno validi dei precedenti ma non per questo meno interessanti. Per farla breve ve li riassumiamo qua sotto:
- Il “Centro de Desarrollo Infantil” (= Centro di Sviluppo Infantile) in Calle 5, a prima vista, può sembrare una normale e moderna scuola. Eppure, la sua storia è profondamente legata ai primi anni di formazione del futuro Premio Nobel. Qui, infatti, sorgeva un tempo la storica “Escuela Montessori“, dove Gabriel García Márquez frequentò le elementari. Non è possibile entrare all’interno dell’edificio, ma anche solo da fuori è facile immaginare il piccolo Gabito alle prese con le sue lezioni, le sue amicizie e le chiacchiere quotidiane con i compagni, in un luogo che ha gettato le basi per la sua straordinaria mente narrativa.

Una scuola dall’aspetto semplicissimo (tanto che ci siamo dimenticati di fotografarla), eppure capace di crescere uno dei più grandi letterati dei nostri tempi. – Immagine presa dall’articolo di “Caracol Radio”
- Una sosta la merita anche il Parque Simón Bolívar, la piazza principale di Aracataca, un autentico palcoscenico a cielo aperto della quotidianità. Potrete assistere a partite di domino, venditori ambulanti, bambini che giocano, e percepire quel flusso di vita che, con le sue storie e i suoi personaggi, ha dato origine a un universo letterario senza tempo. Questo spazio incarna l’architettura tipica delle piazze centrali latinoamericane, con la chiesa (Iglesia de San José) che si staglia maestosa sullo sfondo e verdi piazzole che invitano alla sosta tutt’intorno. Abbiamo adorato trascorrerci del tempo, non solo per ammirare quella che, a nostro parere, è la migliore statua di Gabo presente in città, ma soprattutto per osservare la gente del posto e respirare quell’atmosfera autentica e vibrante che ha così profondamente nutrito la sua creatività.

Non riusciamo proprio a stancarci di te, Gabriel!
- Infine potrete visitare il “Camellón de los Almendros“, un luogo profondamente radicato nei ricordi d’infanzia di Gabriel García Márquez e, di conseguenza, nelle sue opere letterarie. Questo viale alberato, fiancheggiato da imponenti alberi di mandorlo (da cui prende il nome, “almendros”), rappresenta un pezzo vivente della “Macondo” di Gabo. Nella realtà di Aracataca, il Camellón de los Almendros era un punto di riferimento sociale e di passaggio, un luogo dove la gente si incontrava, conversava e osservava la vita scorrere. Un altro luogo magico che ha influenzato in modo indelebile i libri del nostro amato scrittore.

Niente di eccezionale, forse, ma un’ottima scusa per prolungare la nostra permanenza a Macondo
Abbiamo trovato la nostra Macondo
Volevamo raggiungere Aracataca per sentirci più vicini a Gabriel e al suo genio ma, a dire il vero, non avevamo grandi aspettative sulla cittadina. Eppure, come se fossimo stati avvolti dal realismo magico, è riuscita perfettamente nel suo intento più profondo: Aracataca ci ha condotti per mano in un viaggio intimo nei luoghi che furono di Gabo, quelli che diedero vita alle sue visioni più straordinarie. È stato un percorso per sentirlo più vicino, per far tesoro di ogni frammento di ciò che i suoi occhi videro e che la sua anima seppe tramutare in pura magia. Aracataca si è rivelata il punto di partenza ideale per proseguire questa ricerca dell’essenza di Gabriel García Márquez. Ad attenderci ora c’è un altro dei luoghi più cari al cuore dello scrittore: la bellissima città di Cartagena de Indias, pronta con la sua vibrante bellezza coloniale a farci vivere un amore completamente diverso. Quello ai tempi del colera…

Il 17 aprile 2014 quegli occhi hanno smesso di farci sognare. Quanto avremmo desiderato conoscerti di persona!




